Settore vitivinicolo

Vendemmia 2026, meno raccolto ma il vino resta invenduto

Siccità e temperature elevate riducono i grappoli, mentre depositi colmi e vendite estere frenano ricavi e prospettive.

Vendemmia 2026, meno raccolto ma il vino resta invenduto

La vendemmia 2026 si apre in Italia con una contraddizione: la riduzione della produzione, provocata dalla siccità e dalle alte temperature, potrebbe contribuire a contenere gli squilibri del mercato. Il problema principale per il comparto, però, non riguarda soltanto la quantità di uva disponibile nei vigneti, ma l’elevato volume di vino e mosti ancora conservato nelle cantine.

Secondo i dati del ministero dell’Agricoltura, al 31 luglio 2026 le giacenze nazionali raggiungevano 45,6 milioni di ettolitri, l’8,2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per gli operatori, si tratta di una quantità paragonabile, in sostanza, a un’intera vendemmia già presente nei magazzini. La raccolta è intanto partita in anticipo in diverse aree, proprio per effetto delle condizioni climatiche.

Prezzi ed esportazioni sotto pressione

L’abbondanza delle scorte sta esercitando una forte pressione sui prezzi. A giugno i vini sfusi Doc italiani erano quotati mediamente 1,57 euro al litro, con una diminuzione del 7% su base annua. Per i vini comuni il calo arrivava al 19%. Anche il commercio estero mostra segnali negativi: nei primi cinque mesi dell’anno il valore delle esportazioni è sceso di quasi il 7%, fermandosi intorno ai 3 miliardi di euro. Sul mercato statunitense la contrazione è stata del 15%.

Nei vigneti, la siccità e il caldo intenso potrebbero determinare un raccolto più contenuto. La limitata escursione termica tra il giorno e la notte ha inoltre favorito la disidratazione delle uve e la conseguente perdita di peso dei grappoli. La minore disponibilità di prodotto, tuttavia, potrebbe non bastare a riportare in equilibrio domanda e offerta, perché le scorte accumulate restano elevate.

Costi elevati e riduzione delle rese

La situazione incide direttamente sulla redditività delle aziende agricole. In base alle valutazioni dell’Unione italiana vini, la produzione lorda vendibile media di un vigneto è compresa tra 4 e 5 mila euro per ettaro, mentre i costi possono arrivare a circa 7 mila euro. In questo contesto, una produzione nazionale ritenuta più sostenibile sarebbe quella compresa tra 35 e 38 milioni di ettolitri.

Per ridurre le quantità destinate ai vini a denominazione, diversi consorzi hanno già scelto di intervenire sulle rese. In Piemonte, per il Barbera d’Alba il limite è stato fissato a 90 quintali per ettaro, con una riduzione del 10,5%. Per l’Asti Docg la soglia è scesa a 85 quintali, il 15% in meno rispetto al precedente valore.

Il taglio delle rese, però, rischia di avere effetti limitati sul volume complessivo immesso sul mercato. Le uve escluse da una determinata Doc possono infatti essere destinate ad altre categorie di vino. Il comparto affronta così la nuova raccolta con il timore non di produrre troppo poco, ma di continuare a realizzare più vino di quanto il mercato riesca ad assorbire. Nel medio e lungo periodo, il calo dei ricavi potrebbe compromettere la redditività dei vigneti e aumentare il rischio di abbandono delle coltivazioni.